Rispettare se stessi/e per farsi rispettare dagli altri

Perché parlare di rispetto di sé? Perché se non siamo i primi a rispettarci davvero, nemmeno gli altri lo faranno.

Il bisogno di rispetto è uno dei cavalli di battaglia genericamente utilizzati per lamentare qualcosa che non va nel trattamento che riceviamo dagli altri. Che avvenga tra persone conosciute o perfetti estranei, la mancanza di rispetto prende varie forme e maniere nella quotidianità delle relazioni personali e professionali. E ci sono persone effettivamente capaci di passare sopra ad altri esseri umani con trattori carichi di indifferenza, menefreghismo, arroganza, scarsa capacità empatica, se non vera e propria crudeltà.

Il problema è che ognuno di noi può vivere un’assenza di rispetto anche senza tirare in causa gli altri, e di certo molto prima di arrivare a situazioni estreme. Come? Di solito siamo noi stessi i primi a non rispettarci. E lo facciamo in tantissimi modi, anche se può sembrare strano.

Ad esempio, ogni volta che facciamo qualcosa anche se non ci va davvero. E non parlo di situazioni gravi come non guadagnare abbastanza per vivere. E’ abbastanza chiaro che se non so come arrivare a fine mese mi farò andar bene anche un lavoro che non mi piace pur di sopravvivere. Io credo che ci sia moltissima dignità in questo. No, parlo di tutte le volte in cui possiamo scegliere e non seguiamo quello che vorremmo davvero. Quando non ci va di incontrare una certa persona ma accettiamo l’invito, oppure quando ci sforziamo in un’attività che in realtà non ci piace.

Perché lo facciamo? Marshall Rosenberg, il fondatore della Comunicazione Non Violenta, sostiene che ogni volta che scegliamo qualcosa è perché abbiamo un bisogno da soddisfare. Anche quando facciamo qualcosa che non ci piace e ci sentiamo frustrati, in realtà stiamo scegliendo di soddisfare altri bisogni. Per esempio, quando esco con un gruppo di amici anche se non condivido le loro modalità di divertimento o non mi sento apprezzata. In questo caso, anche se non per forza consapevolmente, posso scegliere di sacrificare i miei bisogni di divertimento e considerazione per soddisfare quelli di inclusione e appartenenza.

Dietro ogni nostro movimento esistenziale c’è sempre un bisogno che può essere riconoscibile.

Cosa succede però se allarghiamo lo sguardo al carattere della persona, nelle specificità della sua nevrosi (1) che costituisce la sua personalità?

La Psicoterapia della Gestalt aggiunge un pezzetto e parla di bisogni nevrotici. Per tornare al nostro esempio di prima, io potrei essere una persona che teme la solitudine e che ha paura di venire rifiutata se afferma le proprie idee. In questo caso la mia autostima potrebbe essere piuttosto fragile, tanto da non prendere nemmeno in considerazione ciò che talvolta i proverbi esprimono meglio di qualunque altra espressione: “meglio soli che mal accompagnati”. In questo caso, sebbene il mio bisogno di inclusione originario sia assolutamente umano, la mia scelta di continuare a far parte di quel gruppo sarebbe piuttosto disfunzionale, in quanto contribuirebbe a perpetuare una condizione esistenziale di difficoltà e fragilità.

I bisogni nevrotici, quindi, sono quelle necessità o pretese che si fondano su bisogni universali ma che portano ad attuare atteggiamenti che impediscono la piena espressione di sé o che rendono la propria espressione manipolatoria verso se stessi e/o verso gli altri.

Come facciamo a sapere cosa è buono per noi? Semplicemente, ascoltandoci: una delle cose più difficili per l’essere umano medio. Distinguere ciò che ci piace da ciò che non ci piace, così come sentire il proprio istinto, di solito è il primo dei problemi. Il secondo è decidere di seguire quello che sensazioni ed emozioni ci dicono. Non è scontato che riconoscere cosa vogliamo voglia dire attivarsi per ottenerlo, anzi! Utilizzando lo stesso esempio descritto sopra, se anche io mi accorgessi di rimanere in quel gruppo in cui non mi sento libera solo per paura di stare sola o perché dubito di me stessa, sapere questo non mi aiuterebbe necessariamente ad avere la forza di togliermi da quella situazione. Anzi, potrei addirittura avere una pessima opinione di me stessa e soffocarmi nell’autoaccusa.

Un altro modo con cui non ci rispettiamo, infatti, è giudicandoci. Dai commenti più soft alle offese più spinte, spesso siamo i peggiori nemici di noi stessi.

Siamo esseri umani e, come tali, non siamo perfetti. Nemmeno dopo anni di psicoterapia siamo esenti dal ripetere quei comportamenti disfunzionali che ormai conosciamo così bene. E’ naturale. D’altra parte, non ci piace e questo può portarci a formulare dei giudizi anche molto feroci su noi stessi. In realtà, questo non fa altro che allontanarci da una reale possibilità di cambiamento, poiché “solo accettandoci per come siamo possiamo cambiare” (Carl Rogers).
Allo stesso tempo, autoaccettazione non significa autoindulgenza, altrimenti difficilmente ci attiveremo per cambiare ciò che non ci piace.

Quindi, come fare per verificare se siamo persone che rispettano i propri gusti, i propri (veri) bisogni e che hanno la capacità di mettersi in discussione senza per questo condannarsi? Potremmo cominciare con il porci qualche domanda:
Quello che faccio mi piace? Se no, cosa mi porta a farlo?
Quando vedo qualcosa di me che non mi piace, che effetto mi fa? Provo tenerezza o disgusto/rabbia?
Il rispetto di sé, quindi, parte dalle fondamenta: ascoltarsi e seguire di più quello che sentiamo, accettarsi anche se non sempre siamo come vorremmo.

E poi arriviamo alle relazioni. Anche all’interno di una relazione con un’altra persona, qualsiasi sia la sua natura, possiamo chiederci se ci rispettiamo oppure no. Questo tema può diventare molto delicato, ad esempio quando si arriva alla violenza vera e propria (fisica, sessuale, psicologica, economica e/o sui luoghi di lavoro), allo sfruttamento e a tutte le forme di razzismo e discriminazione. E ci sono situazioni o relazioni in cui la violenza è così sottile e pervasiva che diventa estremamente difficile per la persona sottrarvisi senza un aiuto esterno. Rimane il fatto che dentro di sé ogni essere umano ha il potere di creare un mondo migliore per se stesso, anche se non ci crede o non sa come fare. Se non riconosciamo questo potere, la persona è spacciata poiché rimane una vittima senza nessuna speranza. E anche chiedere aiuto quando da soli non ce la si fa, è un gesto di grande forza e di rispetto verso se stessi/e.
Per evitare di arrivare ad escalation pericolose, ogni volta che secondo noi l’altra persona ci manca di rispetto, dobbiamo chiederci: io cosa faccio per farmi rispettare?

Perché se è vero che non abbiamo il controllo sull’altro, possiamo decidere come vogliamo essere trattati, fino ad allontanarci da una situazione o da una persona che non possiamo cambiare e che non ci piace. E in caso di forte difficoltà, chiedere aiuto.

Purtroppo, anche nelle piccole cose ancora oggi esistono stereotipi e pregiudizi duri a morire, come quelli di genere, razziali, legati all’orientamento sessuale, per dire i primi di una lista ancora troppo lunga. E l’unico antidoto è esprimersi. Esprimere il proprio punto di vista anche se diverso da quello altrui. Esprimere il nostro disappunto per tutto ciò che passa come battuta o scherzo ma che ci ferisce. Affermare la libertà di essere unici e irripetibili, sebbene tutti uguali quando si parla di diritti.

In una relazione sana, nonostante le credenze popolari, non è grave avere idee diverse e discutere, purché vi sia la condivisione di una libera espressione. Personalmente ho impiegato molto tempo per riuscire a rassicurare la mia paura di essere sbagliata e/o rifiutata e concedermi il diritto di esprimere il mio parere anche in presenza di persone con idee differenti. Soprattutto in contesti o relazioni in cui pareri diversi non sono ben accetti.
Quando parlo di libera espressione, intendo l’affermazione del proprio pensiero e punto di vista, non l’offesa e il giudizio verso l’altro. C’è una differenza piuttosto grande tra esprimersi e agire, così come tra libertà di pensiero e portare avanti idee e ideologie discriminatorie, svalutanti o addirittura razziste.
Ma se non siamo noi i primi e le prime a legittimarci ad esprimerci e affermarci per quello che siamo e crediamo, non possiamo aspettarcelo dagli altri. O comunque non ci basterà il permesso degli altri finché non ce lo accordiamo da soli/e.

L’unico modo per far rispettare dagli altri la nostra individualità è quello di darci noi per primi il permesso di esistere.

E tu? Ti senti in diritto di esistere ed esprimerti?

“Chi rispetta se stesso è al sicuro da tutti:
indossa una maglia di ferro
che nessuno potrà penetrare.”

(Henry Wadsworth Longfellow) 

Note:

(1) Con il termine nevrosi in Psicoterapia della Gestalt non si intende qualcosa di patologico, ma la struttura di personalità che fin dall’infanzia ognuno di noi si costruisce per sopravvivere al mondo interno ed esterno. La nevrosi è l’insieme degli atteggiamenti con cui andiamo nel mondo e con cui approcciamo le relazioni. Quando in Psicoterapia della Gestalt diciamo che ogni persona ha il proprio carattere, si fa riferimento all’Enneagramma, antico strumento di origine Sufi, applicato successivamente da Claudio Naranjo alla psicologia per lo studio della personalità.

Bibliografia:

– Lucy Leu (2012) Manuale pratico di Comunicazione Nonviolenta, Reggio Emilia: Edizioni Esserci.
– Marshall Rosenberg (2013) Le parole sono finestre [oppure muri], Reggio Emilia: Edizioni Esserci.

Fonte immagini: pixabay – immagini libere da copyright 

Marianna Turriciano