Gli attori protagonisti del bullismo non sono solo bulli e vittime

Il bullismo è una forma di violenza perpetuata nel tempo.
Così come lo è il mobbing, lo stalking e tutte le situazioni in cui si verifica la dinamica “vittima-carnefice”.
La principale differenza è che in una situazione di bullismo questi attori sono prevalentemente giovani: bambini e bambine, ragazzi e ragazze, adolescenti. E il contesto è principalmente quello scolastico.

Avviare una riflessione sulla tematica del bullismo, porta ad affrontare le tematiche della prevaricazione e della discriminazione, della solitudine e del senso di impotenza, dell’indifferenza, così come dell’empatia, della consapevolezza e della responsabilità.

Quando si parla di bullismo, spesso ci si dilunga in definizioni e distinzioni in sottogruppi e sottotipi (come il cyberbullismo). In realtà, cambiano i mezzi e i modi ma non il fine.

Violenza è tutto ciò che intenzionalmente fa male all’altro. Fisicamente, emotivamente, moralmente, direttamente e indirettamente. Il bullismo è violenza perpetuata, in una condizione di disparità fra le parti (per forza fisica, età, popolarità…) in cui una prevarica l’altra senza che quest’ultima abbia la possibilità di sollevarsi dalla propria posizione.

Il collegamento tra autostima e bullismo è piuttosto diretto. Per la verità, sia per chi si ritrova nel ruolo di vittima sia per chi assume quello di bullo.
La persona che ha il ruolo di vittima molto probabilmente non ha fiducia in sé e forse nemmeno negli altri, non si afferma e forse nemmeno si sente in diritto di farlo, sentendosi in colpa e vergognandosi. Tende così ad isolarsi e sprofondare in un malessere sempre più cronicizzato.
Allo stesso modo, chi ha il ruolo del bullo non è una persona che sa affermarsi e che ha un’alta autostima, poiché per sentirsi forte ha bisogno di prevaricare e incastrarsi in un ruolo da cui è altrettanto difficile uscire.

Parlo di ruoli perché le parole hanno un peso e identificarsi completamente come vittima o come carnefice significa sprofondare nelle sabbie mobili delle etichette, classificazioni e categorie. E diventa molto difficile potersi riconoscere in altre vesti.
La persona nel ruolo di vittima ha bisogno di sentire di valere e di riconoscersi degna di esistere, di difendersi e di affermarsi. Ha bisogno di entrare nuovamente in contatto con il proprio potere e per farlo ha bisogno di sentirsi sostenuta, piuttosto che isolata ed esclusa.
La persona nel ruolo di bullo ha bisogno di imparare a mettersi nei panni dell’altro, ma prima ancora ha bisogno di essere ascoltato, a sua volta, poiché non è detto che sia così sicuro di sé come sembra. Potrebbe essere arrabbiato, a sua volta vessato e più in generale piuttosto infelice.
Entrambi, hanno bisogno di uscire dai ruoli. Hanno bisogno di vedere che sono anche altro.

Per quanto il bullismo sia un fenomeno riconducibile a determinati aspetti presenti in tutte le situazioni, ognuna ha le sue specificità. Ogni bambino, bambina, ragazzo, ragazza la vive a modo suo, ha le proprie motivazioni e cause, così come vive soggettivamente le conseguenze, che possono essere anche molto gravi.

La cosa che però a me preme di più come psicoterapeuta, ma anche come essere umano, è dialogare su come poter intervenire in una dinamica del genere e cosa poter fare per prevenirla. E credo anche che questa riflessione debba iniziare puntando la luce dei riflettori sui terzi protagonisti di questo circolo vizioso: gli altri.

Infatti, se è vero che vittima e carnefice non possono mancare, i terzi attori in campo sono i cosiddetti “spettatori”, coloro che fanno parte del contesto ma rimangono spesso e volentieri nello sfondo.

L’insieme degli spettatori è un insieme piuttosto ampio. Se pensiamo alla scuola, va dai compagni di classe, agli insegnanti, ai bidelli, agli altri bambini e insegnanti della scuola, fino ai genitori, i familiari, gli amici. Potenzialmente, un sacco di gente. Persone che hanno un potere.

Quello che spesso accade è che la persona che subisce atti di bullismo tende ad essere sempre più isolata. Sia perché non chiede aiuto, isolandosi, sia perché il gruppo “spettatori” non interviene. Ed è proprio questo isolamento a rendere tutto ancora più difficile, a far sì che la persona nel ruolo di “vittima” sia sempre di più in una posizione di debolezza.

Tutto questo non è molto diverso dagli episodi di razzismo e discriminazione che sono l’ombra dell’umanità e che oggigiorno stanno riprendendo piede nel silenzio di molti.

Immaginatevi per esempio di trovarvi sull’autobus e di essere testimoni di un atto discriminatorio di violenza verbale. Cosa fareste? A meno che non siate d’accordo, cosa che vi sposterebbe dal gruppo “spettatori” al gruppo “bulli”, interverreste prendendo le difese della vittima oppure vi girereste dall’altra parte?

Provate a immaginarvi quale potrebbe essere la reazione di un bullo se tutti quelli che ha intorno intervenissero nel momento in cui agisce la propria violenza. Come minimo sarebbe spiazzante, non trovate? E forse non si sentirebbe più il gallo del pollaio ma comincerebbe a provare un po’ di vergogna. O, per lo meno, si ritroverebbe in minoranza e faticherebbe a continuare senza problemi. Ma ancora più importante, in questo modo la persona che è vittima si sente sostenuta, compresa e potrà così trovare la forza di risollevarsi, difendersi e prendersi cura di sé, anche chiedendo aiuto.

Il vero problema è proprio il silenzio. E’ l’assenza di una reazione che permette il perpetuarsi di situazioni di violenza. L’inconsapevolezza di chi non vede. L’indifferenza di chi vede ma guarda da un’altra parte, di chi sa ma tace. E’ la cecità e l’omertà degli spettatori che si eclissano dalla scena, che non si coinvolgono, che non si sporcano le mani, e così facendo isolano e rendono invisibile chi subisce.

C’è una parola per contrastare questo silenzio: solidarietà.

Oltre a leggere, scrivere e contare, ai bambini bisogna insegnare la solidarietà. Ai bambini bisogna parlare di diritti e bisogna incoraggiarli a coltivare ciò che noi adulti troppo spesso non usiamo: l’empatia.

Solo così potremo avere adulti responsabili, cioè capaci di rispondere a quello che accade. Che non significa saper rispondere bene o male, ma rispondere in base al proprio sentire, in base all’effetto che fa quello che viviamo. E ad una persona davvero in contatto con il proprio mondo emotivo e capace di attivare la propria empatia, un atto di violenza, di discriminazione, di prevaricazione, non fa un bell’effetto.

E qui sorge il problema. Già noi adulti facciamo fatica a comportarci come tali il più delle volte. Quando parliamo di bullismo stiamo parlando di bambini, ragazzi, al massimo adolescenti.
Come fare a sensibilizzarli e responsabilizzarli su questo tema, quando spesso siamo noi adulti i primi a comportarci in modo violento e a non essere in contatto con noi stessi e con gli altri?

Lavorando su di sé, mettendosi in discussione, confrontandosi e aprendosi alle esperienze. Facendo gruppi, laboratori, percorsi individuali di conoscenza e crescita personale. Attivandosi per fare tutto il possibile per diventare attori partecipanti di questa società, piuttosto che spettatori osservatori. Soprattutto chi ha a che fare con l’educazione dei bambini e dei ragazzi: insegnanti, genitori, educatori, istruttori… ha bisogno di conoscere il proprio mondo emotivo per sapere cosa vuole dire parlare di emozioni, bisogni e poter aiutare i piccoli umani a crescere sviluppando queste qualità.

Perché è solo con l’educazione che possiamo prevenire fenomeni come il bullismo e altre forme di violenza più adulte, attivarsi per porre rimedio alle situazioni che comunque si presenteranno, poiché anche questo in realtà è parte dell’essere umano. Come tante altre cose, il bullismo non è un fenomeno nuovo, di questa epoca. Ci sono intere società che si fondano sulla discriminazione e sulla prevaricazione. Semplicemente, oggi ci prestiamo più attenzione, diamo nomi a ciò che prima veniva dato per scontato e cerchiamo di attivarci per spostare, almeno un po’, il corso dell’umanità.

Ed è solo con l’educazione che possiamo sperare di migliorare le condizioni di vita, nostre e altrui.

Con l’educazione, quella vera.

Educare all’ascolto di sé, delle proprie emozioni e dei propri bisogni.
Educare all’ascolto dell’altro e all’empatia.
Educare all’uguaglianza e alla diversità: uguaglianza dei diritti, diversità di ogni essere vivente.
Educare all’integrazione piuttosto che all’esclusione.
Educare alla riflessione e al dibattito, affinché ognuno impari a sviluppare i propri pensieri, le proprie idee e sappia esprimerle, sostenerle, affermarle e confutarle.
Educare a dissentire da ciò che non ci piace, da ciò che non rientra nei nostri valori.

L’educazione, quella vera, porta alla libera espressione di sé nel rispetto dell’altro.

L’educazione, quella vera, porta alla libera espressione di sé per il rispetto di sé e dell’altro.

“L’educazione non è il rispetto delle regole, ma il rispetto degli uomini.
(Anonimo) 

Fonte immagini: pixabay – immagini libere da copyright 

Marianna Turriciano