Un’epoca di contraddizioni in cui l’unica speranza per la società è ritornare ad ascoltare 

Viviamo in un’epoca strana, per usare un eufemismo.

Un’epoca in cui quasi tutti ti chiedono “come stai?” e a quasi nessuno frega un cazzo della risposta. E se rispondi sinceramente che insomma, sei un po’ triste, rischi di beccarti un’occhiata tra lo stupito e l’imbarazzato, della serie mi bastava anche un “bene, grazie”. Un’epoca in cui si soffre di solitudine quando si è insieme agli altri, non quando si è soli.

Un’epoca in cui c’è chi ancora si sconvolge per una parolaccia (e poi, se sei un/una professionista è proprio gravissimo), mentre magari non fa una piega se una persona viene picchiata perché ama qualcuno o qualcuna del suo stesso sesso.

Un’epoca in cui non c’è più una reale libertà di parola e di espressione, perché l’autenticità fa paura. Un’epoca in cui la gente si reprime per non ferire l’orgoglio e l’ego di qualcun altro. Un’epoca di sorrisi, baci e abbracci di circostanza. Un’epoca in cui l’unica alternativa alla mancata espressione di sé sono gli agiti, atti di violenza perpetuati con i gesti ma anche con le parole apparentemente più dolci. E ci sono volte in cui un bel vaffanculo è la cosa più sana.

Viviamo in un’epoca di solitudine relazionale.

Un’epoca in cui non c’è più una reale libertà di informazione. Un’epoca in cui Twitter e Facebook sono la principale fonte di notizie. Un’epoca in cui la scelta immediata è tra quelli o la televisione, in cui la stessa notizia viene trasmessa anche 40 volte in una giornata pur di non parlare d’altro.

Un’epoca in cui la parola “globalizzazione” è sulla bocca di tutti e tutte, mentre quelle stesse persone reclamano a gran voce la necessità di confini, muri, barriere. Un’epoca di nuove prigioni geografiche, oltre che mentali. Un’epoca in cui la paura non viene rassicurata, ma strumentalizzata. Un’epoca in cui in nome dell’idea di sicurezza, si dà credito a gesti umanamente molto pericolosi.

Un’epoca in cui bisogna perdere tempo ed energie a lottare per diritti già acquisiti e regolamentati. Un’epoca in cui i problemi reali vengono oscurati da quelli creati ad hoc. Un’epoca in cui si creano nemici esterni per non vedere quelli interni. Un’epoca in cui si vive sull’onda dell’emergenza, per l’inefficienza nel gestire situazioni ormai drammaticamente stabili. Un’epoca in cui i grandi disastri e le tragedie vengono sfruttate per avere visibilità, per poi venire dimenticate, irrisolte, non appena le luci dei riflettori si allontanano.

Un’epoca in cui se non ripeti gli slogan “Pro Vax”, “No Vax”, “Pro Tav”, “No Tav”, “Pro Veg”, “No Veg”, sei automaticamente fuori da ogni possibile discorso. Un’epoca in cui o sei pro o sei contro, in mezzo non c’è spazio per nessuna riflessione. Un’epoca in cui la forza delle discussioni non sono le argomentazioni, ma chi ha la voce più grossa e l’insulto più colorito. Anzi, oggigiorno, chi ha il commento Facebook più violento. Un’epoca in cui la modalità di avvallare la propria idea è la svalutazione dell’altro e il concetto di responsabilità diventa fantascienza.

Viviamo in un’epoca di rincoglionimento mediatico.

Un’epoca in cui si vive per lavorare, invece che lavorare per vivere. Un’epoca in cui ci sono persone che hanno solo il lavoro e vivono una vita così vuota che se capita loro di riuscire ad andare in pensione si deprimono. Un’epoca di angoscia professionale, in cui ci sono persone per cui non è precaria solo la pensione, ma anche il lavoro stesso. Un’epoca in cui tantissimi giovani emigrano all’estero e dopo aver avuto il coraggio di prendere questa difficile decisione, rischiano pure di venire denigrati e sbeffeggiati (1).

Un’epoca in cui buona parte del sistema educativo mira a creare futuri adulti emotivamente lobotomizzati. Un’epoca in cui i bambini non si possono annoiare. Un’epoca in cui bisogna imparare l’inglese a due anni. Un’epoca in cui l’erba la si deve disegnare verde e il cielo azzurro. Un’epoca in cui giusto e sbagliato sono spesso l’unica lettura possibile. Un’epoca in cui si cercano i colpevoli, piuttosto che ascoltare le motivazioni e i vissuti personali. Un’epoca in cui pochi educano a ragionare e argomentare. Un’epoca in cui se sei creativo non hai capito il compito.

Un’epoca in cui non siamo ancora liberi di amare chi ci pare purché consenziente. Un’epoca in cui gli stereotipi di genere e di sesso sono ancora all’ordine del giorno. Un’epoca che porta avanti vecchi tabù. Un’epoca in cui il progresso è ancora ostacolato dalla superstizione. Un’epoca ancora ampiamente maschilista, di cui il linguaggio stesso è ancora impregnato. Un’epoca di –ismi.

Un’epoca in cui ci si dimentica dell’etimologia, storpiando significati. Un’epoca in cui le parole vengo usate arbitrariamente e a molte delle frasi pronunciate trema la terra sotto ai piedi.

Viviamo in un’epoca di apparenza piuttosto che di sostanza.

In questo panorama dilagante anche se, fortunatamente, non totalizzante, quantomeno una riflessione è dovuta.

Potremmo iniziare col chiederci: “Mi piace la società in cui vivo?”, “Sono felice?”

Se la risposta a una di queste due domande è “No”, oppure non si sa cosa rispondere, forse è il caso di fermarsi un attimo e chiedersi che cosa si sta facendo per rendersi infelici e per contribuire a tramandare una cultura che non ci piace.

Proprio così, tutte le cose scritte sopra non si creano da sole e non sono nemmeno opera di poche persone. Nessuno, da solo, ha il potere di cambiare un’intera società. A meno che, ovviamente, tutti gli altri non glielo concedano. In quel caso, sono comunque tutti responsabili. Perché anche chi non prende posizioni, anche chi non esprime il proprio dissenso contribuisce a portare avanti ciò che altri fanno attivamente.

Ognuno di noi, nel proprio piccolo, ha un grande potere. Il potere di instaurare un cambiamento e contribuire a cambiare direzione.

Come fare? Da dove partire?

L’approccio della Gestalt ci mostra che il primo passo importante è quello di ritornare ad ascoltarsi, sentire cosa piace e cosa non piace. Sembra banale ma non lo è. È fondamentale rieducarsi a distinguere cosa ci piace da cosa non ci piace, perché solo così possiamo iniziare a discriminare cosa è buono per noi e cosa non lo è. Non cosa è giusto o sbagliato, non cosa pensiamo sia buono, ma cosa lo è davvero per noi.

Questo è anche un punto chiave del metodo della Comunicazione Non Violenta di Marshall Rosenberg. Infatti, riconoscere cosa sentiamo è l’unica strada per poter identificare i bisogni che viviamo, ciò che ci spinge a muoverci nel mondo. Inoltre, c’è una distinzione da fare, sottile ma fondamentale, tra il bisogno in sé (es. bisogno di rassicurazione) e il modo di soddisfarlo. Infatti, i bisogni che abbiamo sono universali, il modo di soddisfarli è personale.
Per cui, se io ho paura di qualcosa che non conosco e ho bisogno di rassicurazione, allontanare l’oggetto della mia paura è solo una delle strategie possibili. Ad esempio, posso scegliere di farmi accompagnare da qualcuno che non ha paura e avvicinarmi per rendere ciò che non conosco più familiare. O ancora, posso andare a vedere di cosa ho davvero paura, magari per poi scoprire che non c’è nessun pericolo reale. E così via.
Qui la Gestalt aggiunge un pezzetto in più: la maggior parte dei nostri cosiddetti bisogni sono in realtà pretese nevrotiche del nostro ego. In altre parole, sono imposizioni auto o etero dirette del dittatore interno che ognuno di noi ha.

La Gestalt è un approccio che innanzitutto riguarda la psicoterapia, ma restringerlo al mero ambito di cura è estremamente riduttivo. Potremmo definirlo più come uno stile di vita, perché non è qualcosa di teorico o filosofico, ma basato sull’esperienza pratica e soggettiva di ognuno.

Possiamo descrivere la Gestalt come la via della consapevolezza ed è una strada da cui non si torna indietro. Una volta aperti gli occhi sul proprio mondo interno, il nostro modo di rapportarci a noi stessi e agli altri cambia inevitabilmente.

Si può scegliere di ignorare ciò che si vede di sé, certo, ma ad un costo molto alto. Allora, tanto vale proseguire su questa strada e andare un po’ oltre, poiché insieme al concetto di consapevolezza arriva quello di responsabilità. Per poter salvare la nostra società, quindi, la direzione può essere quella di una più diffusa capacità di essere responsabili, cioè saper rispondere abilmente a ciò che incontriamo sul nostro cammino (2).

Viviamo in un’epoca superficiale e individualista che, per essere gestalticamente autentica, personalmente mi terrorizza e mi fa anche un po’ schifo.

E ne siamo tutti e tutte responsabili.

Vogliamo aprire gli occhi e farci qualcosa?

Marianna Turriciano

Note:

(1) Riferimento all’articolo “Italiani all’estero, ecco come passano realmente il loro tempo” di Matteo Cavezzali, pubblicato sul Blog del Fatto Quotidiano il 21 Gennaio 2014. Clicca qui per leggere l’articolo.
(2) Per approfondimenti in merito, leggi gli articoli dedicati sul mio Blog.

Riferimenti bibliografici:

Naranjo C. (2007). La civiltà, un male curabile, Franco Angeli Edizioni.
Naranjo C. (2009). Per una Gestalt viva, Casa Editrice Astrolabio.
Rogers C. (1978). Potere personale, Casa Editrice Astrolabio.
Rogers C. (2012). Un modo di essere, Giunti Editore S.p.A.
Rosenberg M.B. (2003). Le parole sono finestre [oppure muri], Edizioni Esserci

Fonte immagini: pixabay – immagini libere da copyright
Foto Muro di Berlino (East Side Gallery): Marianna Turriciano