Come aiutare i propri figli a compiere delle scelte 

Vi ricordate com’è stato per voi il momento di decidere in quale scuola superiore iscrivervi? Magari avete dovuto decidere se continuare a studiare o andare a lavorare, può essere. Forse non avete nemmeno potuto fare scelte autonome, i vostri genitori hanno deciso per voi.

Io mi ritengo fortunata perché quella, come altre scelte, alla fine l’ho presa io. Mi ricordo che a quell’età avevo dei requisiti molto chiari rispetto alla scelta scolastica. Tutti in negativo, ma chiari.

Non avrei fatto una scuola vicino a casa.
Non avrei fatto una scuola per “ricchi conservatori”.
Non avrei fatto l’alberghiero.

Le relazioni con i miei pari a quel tempo mi davano molto da fare, per cui ogni nuovo inizio era per me una boccata d’aria, la possibilità di lasciarmi tutto alle spalle e ricominciare da capo.
In quel periodo, erano ancora anni di manifestazioni, occupazioni e proteste, e io stavo per entrare in pieno nella mia fase di aspirante rivoluzionaria.
Rispetto all’istituto alberghiero c’era una semplice, quanto determinante, ragione: una delle cose che mia mamma avrebbe voluto che diventassi era essere una grande cuoca.

A me piaceva viaggiare. Soprattutto con la fantasia, ma anche realmente. Avevamo un camper e, grazie ai miei genitori, ho sempre potuto viaggiare tanto, soprattutto in Europa. Mi piaceva scoprire posti mai visti e mi incuriosivano le persone che non parlavano la mia stessa lingua. Da piccola ero molto timida e per me parlare con gli altri bambini, soprattutto sconosciuti, era fonte di estrema ansia. Nei nostri viaggi all’estero, invece, nelle aree di sosta con spazi attrezzati per bambini, mi era più facile interagire con quegli strani coetanei di cui non capivo una parola. Non dovevo dire niente, solo trovare l’armonia giusta per qualche gioco improvvisato. Segretamente, però, avrei voluto capire cosa dicevano. E quando ero sola, facevo delle prove, tentativi di parlare quelle lingue sconosciute.

Credo sia stato per questo che, alla fine, scelsi di iscrivermi al liceo linguistico.
In una scuola in città, in cui non conoscevo nessuno.
In una scuola in cui, ancor prima di entrare in classe, c’era aria di occupazione.
Si, quella scuola corrispondeva ai miei requisiti.

Perché vi sto dicendo questo? Ve lo state chiedendo?
Perché è necessario ricontattare la propria esperienza, prima di abbandonarla.
Mi spiego meglio.

Se vogliamo aiutare davvero qualcuno, bisogna essere capaci di due cose:
– ricontattare la nostra di esperienza, per comprendere davvero quello che l’altro sta vivendo
– mettere da parte la nostra esperienza, per entrare davvero in contatto con quella dell’altro

Sto parlando di una cosa semplice e allo stesso tempo estremamente difficile da mettere in pratica.
Sto parlando di una qualità che tutti abbiamo, ma che pochi sanno davvero sviluppare: l’empatia.

L’empatia è qualcosa di più della capacità di provare tristezza se qualcuno è triste. È la capacità di metterci totalmente nei panni dell’altro, non solo emotivamente ma anche rispetto a convinzioni, credenze, punti di vista, gusti e preferenze, senza immedesimarci nel mondo dell’altro al punto da perderci.

A questo punto, di solito, compare la parola esperienza, spesso usata arbitrariamente. Quando parliamo di esperienza, dobbiamo innanzitutto tenere in considerazione la singolarità di ognuno di noi. Siamo diversi. Tutti noi. E quello che si può definire esperienza è la qualità di ciò che abbiamo vissuto, è il cambiamento che è avvenuto in noi grazie a quello che abbiamo affrontato. E l’esperienza, per sua natura, è qualcosa che ha bisogno di essere vissuta in prima persona, non può essere appresa per interposta persona. E quindi un figlio, così come un cliente, ha bisogno di fare la propria di esperienza.

“La vita è la somma di tutte le tue scelte”
(Albert Camus)

Scegliere è cambiamento.

Ogni istante noi scegliamo qualcosa, anche se il più delle volte non ne siamo consapevoli. Dalle scelte più piccole a quelle più grandi, tutte portano con sé cambiamenti. E, come spesso accade, ai bivi più importanti non ci sono le indicazioni. Come ci fa sentire?

« Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura…
E sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura »
(Edvard Munch)

Non sapere cosa scegliere può essere angosciante. L’incertezza e lo spaesamento in cui possiamo trovarci, se portata all’estremo può richiamare la condizione esistenziale espressa dal famoso pittore norvegese. Questo vissuto è particolarmente frequente nel periodo dell’adolescenza.

L’adolescenza è un cambiamento radicale.

È ricerca della propria identità, è cambiamento fisico e ormonale, è innamoramento, è sogni, è contraddizione, è ricerca di complicità tra pari, è contrasto a chi è visto come autorità, è ricerca di senso, è bisogno di punti di riferimento, è tendenza all’autonomia, è affermazione per differenza, è rabbia, è incertezza, è bisogno di sfidare il mondo, è paura, è crescita. È qualcosa di talmente forte che, sebbene il numero di candeline aumenti sulla torta, pochi la superano davvero per diventare adulti.

A quell’età tutte le scelte sono vissute con grande intensità. E la scelta della scuola significa molto di più, e allo stesso tempo molto di meno, di quello che gli adulti intendono.
Di più, perché ne va della loro identità personale e sociale, di cui sono disperatamente alla ricerca. Di meno, perché quella non è la scelta determinante per il loro futuro.
E se la percepiscono così, è perché hanno creduto a qualcuno che lo pensa.

E allora, come mettere insieme le preoccupazioni e le speranze dei genitori con gli interessi (o il disinteresse) dei ragazzi?

Le basi di qualsiasi relazione si fondano sui capisaldi della psicologia umanistica: la capacità di ascoltare senza giudicare, di distinguere quello che accade da ciò che si pensa e si prova, di astenersi dal dare consigli poiché tanto siamo tutti diversi, di sviluppare la propria empatia per vedere davvero l’altra persona, di diventare consapevoli di quando formuliamo una richiesta e di quando invece stiamo pretendendo qualcosa. Essere davvero consapevoli di tutto questo significa davvero poter essere respons-abili, cioè essere capaci di rispondere abilmente agli eventi della vita.

Una delle migliori lezioni che un genitore può dare a un figlio è aiutarlo a capire cosa significa assumersi la responsabilità di scegliere la propria strada nel grande labirinto della vita. Fargli vedere cosa significa ascoltarsi, fare i conti con i propri sentimenti, desideri e bisogni. Fargli vedere che anche quando si scopre che la direzione presa dopo un po’ risulta sbagliata non succede niente di grave poiché si può cambiare di nuovo. Fargli vedere che essere adulti significa essere pronti a sostenere le conseguenze delle proprie scelte, qualsiasi esse siano.