Vivere le emozioni per sentirsi vivi

Ci svegliamo, ci alziamo dal letto, guardiamo l’orologio, andiamo in bagno, facciamo colazione, leggiamo pezzi di articoli del giornale, guidiamo per andare al lavoro, conversiamo con i colleghi, pranziamo, beviamo qualcosa, facciamo due passi al parco, compriamo qualcosa in un negozio, guardiamo un animale correre al parco, ascoltiamo le grida di bambini che giocano, chiacchieriamo con un amico, osserviamo un’anziana signora attraversare la strada, guardiamo un film, leggiamo un libro, abbracciamo una persona cara….

L’elenco di tutto ciò che un singolo essere umano può fare anche solo nell’arco di una giornata può diventare davvero molto lungo. Varia da persona a persona, anche se a seconda della società in cui uno vive alcune attività si assomigliano molto.

Ma che effetto ci fa tutto questo?

Cosa proviamo quando al mattino suona la sveglia e noi vogliamo ancora dormire? Quando andiamo al lavoro e ci troviamo a discutere delle solite cose con le stesse persone? Quando abbracciamo una persona che non vedevamo da tempo? Quando riceviamo una notizia inaspettata? Quando ci dedichiamo a fare qualcosa che ci piace?

Come viviamo ciò che ci accade?

Emozioni e sentimenti danno colore ad un mondo altrimenti in bianco e nero. I nostri sensi ci permettono di distinguere tra ciò che ci piace e ciò che non ci piace. Solo se ascoltiamo questi segnali interni possiamo riconoscere cosa vogliamo davvero e cosa no.

Il grande problema dell’uomo occidentale, soprattutto oggigiorno, è che per lo più non è capace di stare in contatto con se stesso. Una domanda come “Cosa provi in questo momento?” è talmente difficile che in larga misura la tendenza è quella di rispondere con qualcos’altro (ad esempio, con quello che si sta pensando). Il chiedere “Come stai?” è diventato talmente tanto un convenevole, che passa la voglia di prendersi la briga di rispondere qualcosa di più approfondito di un banale “abbastanza bene”.

La nostra società guarda altrove, all’intelligenza cognitiva, alla performance, al successo. L’educazione affettiva è sempre più sbiadita, mentre è aperta la caccia a sintomi e disturbi. Ai bambini non viene insegnato che tutte le emozioni vanno bene, comprese la rabbia e la paura. Probabilmente perché nemmeno gli adulti lo sanno. Anzi, purtroppo è fin troppo frequente sentire un adulto che sgrida un bambino perché è arrabbiato, che sminuisce le sue paure solo perché non ci vede una logica, che cerca di distrarlo quando è triste solo perché non sa come accogliere il dolore.

In questo modo, i bambini crescono con la convinzione che la rabbia sia qualcosa di cattivo, che la paura sia da evitare e che il dolore sia da nascondere. E così, ci sono sempre più adulti che non sono abituati ad ascoltarsi e hanno paura di stare in contatto con il proprio mondo emotivo.

A questo punto, potremmo sperare che siano i professionisti del campo ad intervenire ed educare al contatto emotivo questa società così mentale. In realtà no, perché anche la maggior parte di psicologi e psicoterapeuti non ha un’idea di cosa significhi stare in contatto. Infatti, spuntano come funghi libri che spiegano alacremente come gestire le emozioni, come regolare le emozioni, come trasformare le emozioni negative in positive, e via di seguito. Che è un po’ come pensare che tenendo alla catena un animale per noi selvatico riusciremo ad addomesticarlo. Sono strategie a breve termine senza un reale successo, balle che ci raccontiamo per illuderci di poter controllare il nostro mondo interno.

Le emozioni non si gestiscono, si vivono. Le emozioni non si regolano, si esprimono. Non ci sono emozioni negative o positive, ci sono le varie sfumature di quello che sentiamo. E tutto ciò che sentiamo ci è utile, per quanto doloroso o spaventoso possa essere.

Solo partendo da questi presupposti, potremo ricominciare a comportarci da esseri umani, nei confronti di noi stessi e degli altri. E allora, potremmo scoprire che ci sono altre vie per poter stare in contatto con il nostro mondo emotivo. Strade a volte difficili ma decisamente più semplici di quella del controllo: la paura va rassicurata, il dolore va consolato, la rabbia va espressa.

A differenza dei sentimenti, che esistono al di là del tempo e di un oggetto specifico (es. io posso continuare ad amare una persona anche se non è più nella mia vita), tutte le emozioni hanno sempre un oggetto specifico e un motivo nel presente: la paura è paura di qualcosa, la rabbia è rabbia verso qualcuno, il dolore è dolore per qualcosa.

Se ci concediamo di accogliere quello che sentiamo senza chiuderci e senza giudicarlo, potremo correre il rischio di comprendere davvero cosa ci piace e cosa non ci piace della nostra vita. E dal momento che realizziamo cosa vogliamo e cosa non vogliamo, la responsabilità di apportare modifiche è unicamente nostra.

Siamo disposti a diventare consapevoli di cosa ci serve per essere felici?

Fonte immagini: pixabay – immagini libere da copyright 

Marianna Turriciano