Normalità/Anormalità: l’uso del linguaggio che stigmatizza arbitrariamente

Con il termine “normale” si intende genericamente ciò che è conforme alla consuetudine e alla generalità. Ciò che è regolare, usuale, abituale.

Cavallo di battaglia di coloro che intendono emarginare ed escludere persone e comportamenti che non capiscono e/o che non accettano, la parola “normalità”, e di conseguenza il suo contrario, è spesso e volentieri utilizzata impropriamente nelle conversazioni quotidiane.

Ad esclusione degli ambiti scientifici e medici, infatti, applicare la dicotomia “normale/anormale” a scelte, atteggiamenti, gusti e preferenze, significa pretendere di portare su un piano universale ciò che invece è assolutamente personale.

Allora, la “normalità” diventa identificativa di tutto ciò che è conosciuto e familiare, mentre la “non normalità” rappresenta ciò che risulta strano e lontano dalla nostra visione del mondo.
L’intenzione è quella di tracciare un confine ben definito tra quello che è considerato accettabile e ciò che invece non lo è.

Il problema consiste nel fatto che ciò che ognuno considera accettabile è indubbiamente soggettivo.

Quando definiamo qualcosa o qualcuno come normale o anormale stiamo esprimendo un giudizio, che riguarda unicamente quello che noi pensiamo. Non è la realtà generale, ma la nostra realtà e, come tale, non vale per tutti.

Rosenberg, il padre della Comunicazione Nonviolenta, identifica la formulazione di giudizi e valutazioni come il primo passo per alienarci dalla vita. In altre parole, ogni volta che stiamo su un piano di giusto/sbagliato ci irrigidiamo sul nostro punto di vista impedendoci qualsiasi tipo di scambio. Diventiamo come fossili che camminano, sempre più lontani da ciò che invece può arricchire la nostra vita.
Quando accettiamo che la nostra visione del mondo sia soltanto nostra, condivisibile ma nostra, allora possiamo spostarci sull’effetto che ci fa il mondo, nella sfera delle emozioni e dei sentimenti.
Se riusciamo a stare su questo piano ed esprimere ciò che ci piace e non ci piace in prima persona (quindi parlando unicamente di noi stessi), allora smettiamo di giudicare l’altro o l’oggetto del nostro interesse.

E’ molto diverso dire che a me qualcosa non piace o dire che quella cosa è brutta/sbagliata/anormale. Nel primo caso sto parlando della mia esperienza e dei miei gusti. Nel secondo, invece, sto formulando un giudizio che agisce su un piano assoluto e universale, pretendendo di essere valido per tutti.


“Non sei normale”

“Secondo te è normale fare così?”

Queste frasi contengono un’informazione falsata di base, poiché prevedono che esista una risposta univoca e vera per tutti. Una verità assoluta.
Semplicemente, non ci può essere. Per quanto sia frustrante per tutti coloro che hanno bisogno di controllare, inscatolare, classificare e ordinare l’esperienza umana, non ha alcun senso usare termini assoluti e universali quando si parla di gusti, scelte, emozioni, bisogni, sentimenti, vissuti personali, punti di vista, idee e visioni del mondo.

Se c’è una verità è che siamo tutti diversi. Possiamo condividere caratteristiche e atteggiamenti simili, ma pur sempre unici rimaniamo, con le nostre specificità e differenze.

Ciò che ci porta in terapia, in realtà, è proprio la difficoltà ad accettare gli altri, o essere accettati dagli altri, nelle differenze individuali. Tutti i nostri problemi nascono all’interno delle relazioni (compresa quella con noi stessi).
Il luogo principe per queste difficoltà è la relazione di coppia, in cui ciò che all’inizio attrae o incuriosisce, con il passare del tempo diventa fonte di litigi, incomprensioni e rifiuto.
Ma più in generale, in tutte le forme possibili di relazione tra gli esseri umani c’è una diffusa e dilagante difficoltà ad accettare le differenze.

A voi che effetto fa scoprire che una persona a cui tenete la pensa diversamente su una questione importante per voi?

C’è chi reagisce mettendo in discussione il proprio pensiero, chi invece ha paura che questo significhi non essere più amato/a, chi si sente tradito/a e deluso/a. In generale è facile viverlo come una minaccia e spesso si arriva a mettere in discussione l’intera relazione stessa con la persona.

In realtà, il problema vero sono le nostre aspettative, illusioni e pretese che l’altro/a sia la nostra fotocopia.

Si può discutere e persino litigare riconoscendo all’altro/a la libertà di avere opinioni e punti di vista diversi. Non è facile, ma si può arrivare a constatare che non succede nulla se l’altro/a la pensa diversamente. Per fare questo bisogna essere molto forti interiormente. E’ chi vive nella paura o chi è consumato dall’odio che ha necessità di additare e stigmatizzare i comportamenti e le scelte degli altri. E queste persone non sono certo felici e soddisfatte della propria vita.

Ci vuole molta forza per accettare che gli altri siano diversi da noi e per arrivare a vedere che in fondo non c’è un giusto e uno sbagliato. Semplicemente, ognuno ha la sua visione del mondo.


“Come stai?” “Normale”

Il termine “normale” viene utilizzato abbastanza di frequente anche laddove in realtà non appare per nulla sensato. Per esempio, rispondere “normale” alla domanda “come stai?”.
Oltre a non dire nulla su quello che la persona sta realmente vivendo, non è nemmeno corretto, poiché presupporrebbe l’esistenza di uno stato “di base” a cui riferirsi per descrivere, per esempio, emozioni e stati d’animo.
In realtà, sappiamo benissimo che l’essere umano vive costantemente emozioni, bisogni, sensazioni, pensieri che più semplicemente si alternano e si modificano o meno in base alle nostre azioni.

Quello che non siamo abituati a fare è stare davvero in contatto con quello che proviamo, in modo da riconoscere come stiamo davvero. Per diventarne consapevoli è necessario saper dare un nome a ciò che viviamo. L’alfabetizzazione emotiva non è scontata, spesso e volentieri non viene incoraggiata e come risultato ci sono moltissime persone che non sanno nominare quello che provano, se non per macro categorie (bene/male).

Essere capaci di entrare in contatto con i propri stati d’animo, riconoscere che effetto ci fa il mondo e identificare i bisogni che abbiamo, è il primo passo. Il secondo riguarda la volontà di assumersene la responsabilità.

Tutte le volte che io giudico l’altro, o attribuisco agli eventi esterni la colpa di un mio malessere, sto infilando la testa sotto la sabbia. Quando, invece, sono capace di riconoscere che sono io che reagisco in quel modo agli eventi del mondo, allora posso anche scegliere di farci qualcosa senza disturbare gli altri.

Assumersi la responsabilità della propria persona, a tutto tondo, è difficile poiché significa non avere più nessuna scusa per puntare il dito e guardare altrove. D’altra parte, è anche una liberazione poiché solo così possiamo davvero sentirci al timone della nostra vita, con la possibilità di scegliere dove andare e come ci piace viverla.

“Chi decide chi è normale?
La normalità è un’invenzione di chi è privo di fantasia.”
(Alda Merini)

Fonte immagini: pixabay – immagini libere da copyright 

Marianna Turriciano