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La preadolescenza: tanti problemi, quali possibilità?

Uno sguardo sulla preadolescenza di oggi, tra criticità e possibilità.   

La preadolescenza oggi è un periodo davvero molto complesso. Molto diverso rispetto anche solo ad un paio di generazioni fa. Decisamente problematico sul piano psicologico.

I problemi che si trovano ad affrontare oggi ragazzini e ragazzine di 11-13 anni sono quelli che anni fa riguardavano molto di più i ragazzi più grandi. Ansia da prestazione, depressione, disturbi alimentari, coming out, cyberbullismo, ingiustizie sociali, violenza… oggigiorno l’età media per vivere questi problemi si è decisamente abbassata.

Ma se i problemi sono sempre più precoci, lo sviluppo psicologico non per forza tiene il passo.

Mentre un adolescente di 16-18 anni si è già staccato dalle figure genitoriali per trovare altri riferimenti (di solito il gruppo dei pari), si sta costruendo la propria identità e sta combattendo le sue battaglie per conquistarsi l’autonomia, il preadolescente non ci è ancora arrivato realmente.

Il preadolescente medio è in un limbo: è ancora molto legato alle figure familiari di riferimento, necessita di figure protettive per sentirsi al sicuro e soprattutto non ha ancora sviluppato appieno le proprie capacità introspettive.

Il risultato è che molto spesso i ragazzini si trovano a vivere problemi che non sanno come affrontare e che spesso non hanno nemmeno gli strumenti per affrontare.

Non è che gli adolescenti siano già completamente formati nella loro identità e personalità, realmente autonomi ed emotivamente consapevoli, niente affatto. Tuttavia, hanno una capacità introspettiva più sviluppata e questo fa moltissimo la differenza.

A sentire parlare certi ragazzini di 12 anni, io mi sono sinceramente stupita per quanto sembrassero adulti, ragionevoli e consapevoli. Sicuramente sono in media molto più svegli di quanto non lo fossimo noi alla loro età. Nonostante ciò, si sente ancora la traccia del bambino che ha bisogno di affidarsi, di essere preso per mano e rassicurato.

E quando il bambino e il ragazzino va in crisi prima di aver avuto il tempo di sviluppare una propria identità, questo è un guaio perché poi non ha dove aggrapparsi. Per sviluppare una propria identità intendo il riuscire a riconoscersi le proprie risorse, il proprio valore e le proprie competenze. A questa età, questo processo è ancora all’inizio.

Se a tutto questo aggiungiamo la disgregazione sempre più frequente delle famiglie di origine, l’aumento della violenza intra-familiare e sociale, la crisi economica e l’isolamento accentuati da questo anno di pandemia, e il gap generazionale rispetto all’uso della tecnologia, che ha come risultato il lasciare soli i ragazzi nel mondo dei social, la situazione è abbastanza grave.

In questi ultimi due anni di sportello di ascolto in una scuola media mi sono trovata di fronte a dolore, angoscia, terrore e rabbia. Dalla disperazione di chi si sente etichettato da diagnosi (DSA, BES…) che invece che aiutare ingabbiano, al senso di impotenza di chi ha imparato che la sua parola non vale contro quella di un adulto, all’ira di chi non sa esprimersi e scoppia facendo danni, all’angoscia di chi si trova sul groppone responsabilità troppo grandi.

Alle battaglie personali, oltretutto, si aggiunge un ambiente scolastico fatto di classi spaccate a metà, con alunni in guerra tra loro, insegnanti che hanno l’ansia di finire il programma e genitori contrari persino ad interventi per migliorare l’atmosfera in classe.

Questa non è scuola.

La scuola deve tornare ad essere un ambiente che educa. E se ci sono dei problemi in classe non li si può ignorare, non si può tirare avanti alla bell’e meglio pur di poter dire di aver finito il programma. Semplicemente, non funziona.

Perché diciamocelo, del programma scolastico a questi ragazzi non può interessare, se vivono con il peso di non sentirsi ascoltati, compresi, incoraggiati e sostenuti.

E non dico che non facciano i salti mortali per avere buoni voti, eh! Assolutamente! Anzi, il problema è proprio quello, che hanno l’ansia dei voti perché hanno imparato a credere che quella sia la cosa importante.

E invece no. Bisogna dire loro che no, non sono i voti ad essere importanti. Sono altre le cose che contano. L’essere curiosi, il conoscersi, il saper rispettare e saper farsi rispettare, il sapersi esprimere, l’avere fiducia in sé, comprendere e accettare le proprie inclinazioni e competenze, saper dare e ricevere aiuto e sostegno.

Il mio bilancio dopo due anni è di tristezza. E questa volta non per i ragazzi. Parlare con loro, condividere il loro mondo e ascoltare le loro argomentazioni è stato bellissimo. Aver avuto l’onore di poterli accompagnare, anche solo per un’ora nel loro viaggio personale, mi dà una gioia incredibile.

La tristezza è per la gestione dei cosiddetti adulti. E’ triste pensare che per due anni mi sono sentita dire che le classi erano ingestibili e solo un’insegnante, solo una in due anni, è venuta a parlare con me. Per 10 minuti.

La tristezza è perché in ogni classe almeno 5 alunni non avevano il consenso per parlare con me. In alcune classi il numero addirittura saliva.

Tristezza perché in nessuna classe, su tutta la scuola, è stato possibile fare interventi di gruppo a causa del mancato consenso dei genitori.

Non c’è collaborazione, non c’è la consapevolezza di doversi mettere in discussione, non c’è responsabilità.

C’è delega, emergenza, chiusura e cecità.

Allora cosa si può fare?

Da parte mia, come professionista, posso e voglio continuare a mostrare le incongruenze di un sistema che sta collassando su se stesso. E se ne avrò l’occasione continuerò ad ascoltare ragazzi che hanno il coraggio di mostrare le loro fragilità. Continuerò ad aiutarli a credere in loro stessi e a vedere quanto sono meravigliosi, nonostante tutto.

Voi?

Ho l’impressione che ancora prima di parlare dei soliti temi e delle qualità da potenziare: saper ascoltare, non giudicare, ecc… serva cambiare idea su di loro.

Abbiamo bisogno noi adulti di cambiare il modo con cui guardiamo i bambini e i ragazzi. Non sono al mondo per ascoltare noi parlare, non sono al mondo per diventare quello che noi vogliamo, non sono stronzi per natura e non sono teste vuote da riempire.

E i ragazzini problematici non sono cattivi, non sono scemi e non sono pacchi da spedire alla psicologa perché li aggiusti.

Bisogna aiutarli ad esprimere quello che provano e che vivono, rassicurarli e farli sentire protetti. Anche quello che fa il diavolo a quattro e spacca tutto ha bisogno di sentirsi al sicuro, accolto e accettato. Anzi, a maggior ragione!

Dobbiamo diventare noi capaci di vedere oltre. Perché dietro alla burrasca c’è il cielo sereno.

Solo quando noi adulti inizieremo a rispettare bambini e ragazzi in quanto persone con i propri bisogni, sentimenti, desideri, speranze, dubbi, preoccupazioni, timori e inclinazioni… solo allora li inizieremo a guardare per davvero.

E vi assicuro che a guardarli e ad ascoltarli per davvero, c’è solo da imparare.

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Marianna Turriciano