Una psicologia che vede i sintomi, ma guarda l’essere umano   

Ancora oggi molte persone approdano negli studi di psicologi e psicoterapeuti elencando sintomi e sciorinando diagnosi. Colpi auto inferti, nel migliore dei casi, leggendo su internet e talvolta spulciando in veri e propri manuali di psicodiagnostica. In altri casi, sentenze sputacchiate dai cosiddetti professionisti a persone che sono al secondo, magari terzo giro di giostra, con la speranza di trovare qualcuno che li veda davvero.
Pare insegnino a fare i giudici, all’università di psicologia.

A volte capita addirittura il contrario, sono le persone a chiedere una diagnosi, una certificazione, un qualunque pezzo di carta che attesti di che cosa soffrono. E questo per me è ancora più sconcertante.

Oggi la Psicologia è ufficialmente una professione sanitaria.
Per quanto mi riguarda, significa che le fatture di psicologi e psicoterapeuti sono detraibili esattamente come le altre spese mediche e sanitarie. Punto. Non significa medicalizzare il disagio esistenziale.

D’altra parte, i sintomi esistono. Possono essere più o meno evidenti a livello corporeo e variare molto sia per intensità che per il livello di interferenza nella vita quotidiana, ma esistono.
E sono la spia di qualcosa che non va.

La Psicologia Umanistica, tra le varie cose, si fonda sulla convinzione che ogni organismo abbia una sua saggezza interna e che in ogni istante tenda alla propria auto-realizzazione. In caso di disequilibrio, quindi, farà di tutto per cercare di riportare l’armonia.
Per questo, i sintomi in questo approccio sono visti come utilissimo segnale di allarme che segnala qualcosa che non va. Certo, sono segnali spesso dolorosi e talvolta invalidanti, ma sono comunque utili, poiché altrimenti non faremmo niente per stare meglio.

Come mai certi sintomi sono così dirompenti?
Il problema è che spesso molti segnali che arrivano dal nostro organismo noi non li ascoltiamo. A mio avviso (e non solo), questo è uno dei gravi problemi di cui soffre in particolare l’essere umano occidentale. Non abbiamo una cultura che ci insegna ad ascoltarci e a rivolgere l’attenzione dentro di noi. Anzi, crescendo spesso disimpariamo ad ascoltare anche i più semplici istinti di base. Immaginate cosa può succedere ad un livello più complesso, quando entrano in gioco le emozioni, i sentimenti, i bisogni a livello relazionale fino a quello spirituale.
Non ci credete? Provate a pensare, nell’ultima settimana, quante volte avete pranzato seguendo davvero e unicamente la vostra sensazione di fame.
Come conseguenza, il nostro organismo deve trovare qualcosa che non possa essere ignorato.

Il nostro organismo ci parla attraverso le modalità con cui siamo disposti ad ascoltarlo. Niente di più, niente di meno. Più attiviamo la nostra sensibilità e capacità di ascoltarci, meno il nostro organismo deve urlare per parlarci.

Un’altra cosa importante riguarda il linguaggio che utilizziamo e cioè il modo di esprimerci per descrivere quello che viviamo. Spesso, quello che ci viene da dire è: “ho l’ansia”, “mi è venuta una paranoia”, “ho la depressione”.
Non sono mica dei virus!
Non è come prendere l’influenza, sono le nostre modalità di esprimere un disagio. Molti si arrabbiano quando se lo sentono dire, soprattutto chi si definisce depresso. D’altra parte, etimologicamente deprimere (de premere) significa pigiare, abbattere. E non è un caso che la depressione sia rabbia trattenuta.

Ovviamente, non è affatto una questione di colpa. Ancora una volta, soprattutto in Occidente, abbiamo perso la capacità di vedere la responsabilità nel momento in cui abbiamo assunto il concetto cristiano di colpa.

Responsabilità e colpa sono due cose molto diverse. In Gestalt, si parla di responsabilità. Essere responsabili di quello che ci accade significa riconoscere che abbiamo il potere di farci qualcosa e quindi di aiutarci a cambiare la situazione che non ci piace.

Per seguire l’esempio di prima, la persona depressa può iniziare a prendersi cura di sé solamente nel momento in cui si accorge che si sta deprimendo. Finché ci sentiamo impotenti, non andiamo da nessuna parte. E anche il senso di impotenza è la controparte dell’aggressività, che altro non è che l’energia per “andare verso” (da adgredere).

I sintomi di cui ci occupiamo in psicologia sono “relazionali”, cioè nascono all’interno delle relazioni.
Questo è un altro motivo per cui non ha nessun senso medicalizzare questi sintomi, né pensare di poter trattare allo stesso modo persone diverse che manifestano gli stessi disagi.

Per quanto possiamo essere simili, ognuno è diverso, con la propria storia, il proprio carattere, le proprie modalità di soddisfare i bisogni, i desideri. Ognuno ha il proprio modo di stare in relazione con sé e con gli altri. E non ci sono modi giusti o sbagliati, solo diversi.

E quello che si fa in Gestalt, è di aiutare la persona a riconoscere quello che sta vivendo nel proprio presente, a livello personale, lavorativo e relazionale-sociale, a scoprire se quello che sta vivendo gli/le piace davvero e se no cosa vuole cambiare e come. Solo così si può aiutare le persone a stare davvero meglio, aiutare ad aiutarsi.

Per quanto possa sembrare più veloce e semplice, non è andando contro a questi sintomi che si aiuta davvero chi ne soffre. Temporaneamente, potrebbe anche essere. Ma in questo modo non si fa altro che bypassare nuovamente la persona, l’essere umano, che non viene visto nella sua complessità e interezza.

Con una metafora, possiamo dire che un sintomo è ciò che si vede sul palcoscenico, che di solito è molto chiaro sia alla persona che lo vive, sia agli altri. In Gestalt, ci interessa di più quello che si muove dietro le quinte.

In ultimo, c’è un altro motivo per cui la psicologia dovrebbe evitare le diagnosi classificatorie. Perché queste diagnosi ingabbiano le persone. Oggi, sempre in Occidente, vengono ingabbiati addirittura i bambini. BES, DSA, ADHD… ormai non si usano più nemmeno parole umanizzate, ma sigle.
Peccato che affibbiare un’etichetta non serva a sapere come aiutare la persona a stare meglio. Peccato che tante volte quell’etichetta diventi il secondo nome della persona a cui viene fatta una diagnosi, che arriva ad identificarsi in qualcosa che poi è veramente difficile cambiare. Peccato che in questo modo si perda completamente di vista l’individualità e il fatto che c’è differenza tra quello che possiamo osservare oggettivamente e quello che ognuno vive soggettivamente.

Per cui, non venitemi a chiedere di farvi una diagnosi perché non lo farò.
Di sicuro, invece, vi chiederò della vostra vita e vi aiuterò ad ascoltarvi e conoscervi meglio, accompagnandovi nell’esplorazione di qualcosa di nuovo, per cambiare quello che non vi piace.

Quando chiedo ai colleghi che usano le classificazioni diagnostiche dei manuali perché le usino, spesso mi sento rispondere che così è più facile capirsi, che così è più veloce parlare tra noi.

E allora, dico io, prendiamoci più tempo, no? Magari, per comunicare davvero…

Fonte immagini: pixabay – immagini libere da copyright

Marianna Turriciano