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La quotidianità ai tempi del Covid-19

Una quotidianità assurdamente normale  

E’ da 19 giorni ormai che sono chiusa in casa. Come voi. Alcuni di voi anche da prima. Come per tanti, anche la mia quotidianità si è modificata di molto. Sembrano passati mesi invece che due settimane e mezzo. Sembra che il tempo si sia fermato.

Il 9 marzo è stata l’ultima sera in cui sono uscita. Lo ricordo bene, era il compleanno di un’amica. Certo, stavamo già tutti a distanza, nei bar non si poteva stare in piedi all’interno, né consumare al banco. Le scuole erano chiuse già da giorni e ai piani alti stavano discutendo per chiudere uniformemente palestre, chiese e luoghi turistici.
Eravamo in tre quella sera, a berci una birra seduti ad uno dei tavoli esterni del locale, parlando degli eventi di quei giorni come se fossimo stati catapultati a forza in uno di quei film dal futuro distopico.
Si stava bene all’esterno, c’era aria di primavera, e gli ampi spazi del luogo ci consentivano di tenere anche più di un metro di distanza tra noi. Il posto era piuttosto vuoto comunque. Forse perché era lunedì, forse per la sensazione di stranezza che si respirava nell’aria. Ci sembrava già assurda quella situazione, con la televisione che in quei giorni non parlava d’altro, con speciali su speciali del TG in cui veniva ripetuto fino alla nausea di lavarsi le mani con assiduità, tenere almeno un metro di distanza dagli altri e non creare assembramenti di persone.

Il giorno successivo è arrivato il primo Decreto. Il primo di una serie, in realtà.
E così, anche a Bologna e nelle altre provincie la nostra quotidianità è stata stravolta, come quella degli abitanti delle zone rosse già esistenti nella nostra regione, in Lombardia e in Veneto.

Covid-19 o Coronavirus, un nome altisonante per una cosa così vile.
Estremamente contagioso, complice l’elevatissimo numero di casi positivi asintomatici e le azioni sconsiderate di un sacco di gente, all’inizio non sembrava così pericoloso. E’ servito ben poco tempo, però, per capire che non si trattava affatto della solita influenza stagionale.
Ormai girano variegate teorie e speculazioni su come questo virus sia nato e altrettante su come si sia divulgato. Una grande fetta di frustrazione in questi giorni viene sfogata sostenendo con gran fervore trasmissioni televisive di dubbia fama e sbandierando articoli dalle dubbie fonti. A tratti, anche questa situazione viene utilizzata come scusa per esercitare una buona dose di razzismo, e il fatto che il tutto sembri partito da un paese con una delle più ferree dittature esistenti, di certo non contribuisce alla circolazione di informazioni chiare.

Sono giornate strane queste. Siamo arrivati al punto di dover stare in casa, salvo eccezioni ed emergenze.
C’è chi ancora va al lavoro e a questo punto non è chiaro se sia un privilegio, per il fatto di poter uscire, o una maledizione, per il rischio di contagio.
Di sicuro, chi rischia la propria vita per il lavoro che fa, sono coloro che in queste ore, giorni e settimane, fanno straordinari su straordinari per cercare di salvare vite. Tutto il personale medico-ospedaliero è in prima linea per far fronte a quella che da più persone viene paragonata ad una guerra.
Ma non lo è, una guerra. La guerra è un’altra cosa e la maggior parte di noi è così fortunata da non sapere cosa sia davvero. Molte guerre, infatti, purtroppo continuano sul nostro pianeta, ma oggi ancora meno si presta attenzione a ciò che succede fuori da casa nostra. Il Segretario Generale dell’ONU ha addirittura chiesto un cessate il fuoco globale per via di questa situazione. Sarebbe un bel colpo, se fosse un virus a portare la pace nel mondo.

Saltuariamente, esco per fare la spesa.
Dopo un primo raptus di follia, la gente ha evidentemente capito che non stavamo rischiando una carestia e hanno smesso di fare razzie tra le corsie, con gli unici risultati di creare super affollamenti in luoghi chiusi e far lavorare il triplo i commessi per rimpinguare faticosamente gli scaffali. Andare al supermercato ora è un’esperienza surreale. Della poca gente che fanno entrare un po’ alla volta, molti hanno la mascherina e alcuni lanciano occhiate preoccupate se anche solo un carrello dovesse avvicinarsi a un metro da loro.

Anch’io, come molti credo, ho sentito la necessità di sgranchirmi un po’ le gambe e respirare aria fresca. Dopo tutto, non succede tutti i giorni di avere un tasso di inquinamento così basso!
Ho provato una sensazione strana, ero a metà tra la felicità di mettere il naso fuori e la paura di essere colta nel fare qualcosa che aveva il sapore del proibito, anche se non c’è il divieto assoluto di fare due passi purché nel rispetto delle distanze e delle norme precauzionali.
In realtà, persino l’OMS ha decretato che non fa bene smettere di fare qualsiasi attività fisica. E ora più che mai non facciamo altro che stare seduti… temo che quando tornerò a fare le mie passeggiate nel bosco, sarò drasticamente fuori allenamento.
Ovviamente, anche su questo tema insulti, cacce alla strega (o meglio, al corridore) e accuse si sprecano.
Più l’insofferenza, la frustrazione e la preoccupazione aumentano, e più è facile che si senta l’esigenza di un capro espiatorio, di qualcuno con cui prendersela e poter sfogare la propria rabbia. E guardare a quello che fanno gli altri è un buon modo per evitare di osservare se stessi.

Ma tutto ciò non aiuta. Affatto.
Quando ci dedichiamo con fervore a giudicare e criticare, ci circondiamo di una brutta energia. I social sono frequentemente il terreno fertile su cui disseminare odio e veleno, ma anche se pare che i computer rendano, almeno temporaneamente, tutti leoni… nessuno è immune dalle conseguenze di questo atteggiamento che si riflette sulla propria qualità di vita, emotiva e poi anche fisica. Ormai è risaputo, infatti, che il nostro sistema immunitario è particolarmente influenzato dal nostro stato emotivo e, vista la situazione, questo è proprio il momento sbagliato per perpetuare energie negative.

Il resto del tempo lo passo, come la maggior parte delle persone, tra le mura domestiche.
Alcune persone vivono sole, altre con familiari, i più fortunati hanno amici animali.
In ogni caso, questa nuova quotidianità è dura.

Non siamo abituati ad avere limitata la nostra libertà e, come mi diceva una saggia amica al telefono, in questo momento non viene ridotta solo la nostra capacità di muoverci, ma anche quella di immaginare.
Ovviamente, non è realmente così. La nostra immaginazione potrebbe funzionare come sempre, però è vero che questo stato di incognita rischia di limitare grandemente anche la nostra capacità immaginativa. Strano come l’essere umano sembra che abbia bisogno del futuro per stare nel presente.
Magari abbiamo progetti, idee… ma il non sapere quando si potrà ritornare ad una parvenza di normalità è qualcosa che uccide la creatività.

Ed è proprio ora, invece, che abbiamo bisogno di creatività e immaginazione. L’una al servizio dell’altra. Adesso più che mai è indispensabile concedersi di immaginare quello che può farci stare meglio e attivare la nostra creatività affinché diventi realizzabile anche stando in casa.

Stiamo vivendo un problema serio che è grave sotto tanti punti di vista. In primo luogo quello sanitario, ma poi seguito a ruota da quello economico-lavorativo, turistico, fino a quello geo-politico.
E’ molto facile lasciarsi travolgere da sentimenti di impotenza, disperazione, sconforto, ansia e panico, quando una delle poche costanti è l’incertezza su durata e conseguenze di tutto questo.

E poi c’è dolore. Tanto dolore.
Mi ritengo fortunata, non sono stata colpita da questa malattia in prima persona e nemmeno i miei cari. Ma molte persone sì e tra numeri e percentuali si rischia di perdere di vista la portata della sofferenza di molti.
E’ desolante pensare che chi muore, si ritrova a morire solo, senza nessun familiare di fianco. Ed è altrettando drammatico pensare che chi perde un proprio caro non lo può nemmeno vedere. Niente saluti, niente funerale, niente di niente.
Non poter celebrare il lutto, non poter sperimentare una “chiusura” se pur nel dolore della perdita, lascia in un limbo emotivo che ha enormi ripercussioni.
E’ come cadere in un pozzo nero in cui si rischia di rimanere incastrati, come se il tempo si sospendesse, incapaci di andare avanti.
Per questo motivo, un pensiero dal cuore lo dedico a tutte le persone che sono immerse in questa tragedia.

Grande fermento c’è stato in questi ultimi giorni nella nostra comunità professionale, per riparlare di un argomento che viene ignorato da troppo tempo: la salute psicologica pubblica.
In questa sede non entro nel merito di questo tema, ma non posso che essere d’accordo con chi afferma che sarà necessario prendersi cura dell’enorme ripercussione a livello psicologico di tutta questa situazione.
Resta pur sempre vero, che anche se gli studi di psicoterapia sono chiusi, questo non significa che i servizi si siano interrotti. Grazie ad internet, oggi possiamo fare tantissime cose online. Una di queste, sono proprio i colloqui di psicoterapia.

Siamo tutti online in questo periodo. C’è un tale sovraccarico nella rete che in certi orari anche la connessione sembra proprio sotto stress. Credo di non aver mai fatto tanti aperitivi come in questo periodo. Quasi quotidianamente chiamo, videochiamo e chatto con diverse persone. Alla fine di tutto questo, mi servirà un periodo per stare da sola con me stessa!

Scherzi a parte, noi abbiamo davvero tante risorse. Non solo esterne, ma anche interne! Anche quando non ci crediamo. Ed è ora di attivarle.
Mantenere una regolarità nella nostra routine quotidiana, aiuta molto. Così come differenziare le attività, preparare e mangiare cibi che soddisfino il nostro palato, dormire abbastanza, impegnarsi in qualcosa di culturale, che sia per studio o lavoro, così come avere momenti di svago per giocare, leggere, guardare un film o una serie tv, prendersi cura di piante e animali, passare del tempo divertente con i propri bambini…
Concentrarsi su attività pratiche e manuali aiuta molto, poiché alleggerisce il flusso ininterrotto di pensieri che portano con sé timori e preoccupazioni. Così come aiuta impegnarsi in attività artistiche e creative.
Anche mantenere, se pur negli spazi ridotti di casa, un’attività fisica, aiuta sia il corpo sia l’umore.

La convivenza, talvolta, può essere difficile. Normalmente abbiamo valvole di sfogo e vie d’uscita che ora non sono utilizzabili. Il mio invito è quello di cercare di esprimere quello che si vive, senza tenerselo dentro. E sforzarsi di parlare di sé, piuttosto che accusare l’altro. E’ difficile, non siamo abituati e in una situazione del genere potremmo trasformarci facilmente in bombe ad orologeria. Ma è possibile. Possiamo fare attenzione alle emozioni che viviamo e ai bisogni che abbiamo. Non mi stancherò mai di ripeterlo, sono l’essenza della nostra persona. E sono il motore del mondo, qualcosa di condivisibile e l’unico piano, forse, su cui possiamo incontrarci davvero. Con noi stessi e con gli altri.

Insomma, possiamo fare davvero tantissimo per noi e per chi ci sta vicino (o a distanza).
E gli spunti ormai non mancano di certo, basta aprire una qualsiasi pagina web!

L’altra cosa che ci può essere utile, per davvero, è limitare il bombardamento mediatico e selezionare le informazioni, controllandone la fonte!
Ascoltare tutto il giorno di persone morte, contagiate, violazioni delle regole e quant’altro, non ci aiuta a vivere bene. E’ bene informarci, certo, avere rispetto per chi soffre, ma facciamoci un favore: smettiamo di fare ciò che ci accorgiamo non essere buono per noi.

Infine, per chi volesse fare un tuffo dentro di sé, c’è anche la via della meditazione e della consapevolezza.
Non è necessario fare granché, può essere sufficiente dedicare pochi minuti al giorno a guardarsi dentro e iniziare a diventare osservatori consapevoli di ciò che viviamo.

Insieme al dolore, alla paura, alla rabbia e allo sconforto, abbiamo anche l’occasione di utilizzare questa esperienza per tirare fuori il meglio di noi, per fare ciò che ci piace e cambiare quello che non funziona.

Andrà tutto bene? Non lo so. Non ho il potere di conoscere il futuro.
Però stando nel qui ed ora posso dirvi che molto, moltissimo della nostra felicità dipende da noi stessi.
E questo, questo si che è un grande potere.

Marianna Turriciano