Anche le migliori intenzioni minano la nostra autostima 

Quando parliamo di autostima, entriamo nel mondo della fiducia verso di sé e nelle proprie capacità, abbinata alla percezione che ognuno ha del proprio valore. Sono percezioni e idee di sé che si basano sulle esperienze che le persone vivono e cambiano molto facilmente. Talvolta basta davvero poco affinché la propria autostima diminuisca e noi stessi ne siamo i principali artefici. In che modo?

E’ capitato anche a voi di pensare e ripensare a quell’episodio in cui proprio non vi va giù quello che avete detto o fatto? E mentre lo rivivete per l’ennesima volta modificate il copione con quello che avreste voluto dire o fare, per poi ritornare da capo al fatto che non è andata come avreste voluto?

O magari vi è capitato di iniziare finalmente quella cosa che da tempo vi riproponevate di svolgere, per poi pensare che non sia abbastanza, che potreste farla di più o meglio?

Autostima ArbitroIn questi processi succedono due cose che non aiutano affatto la nostra autostima: ci giudichiamo per quello che siamo e creiamo degli ideali rispetto a come vorremmo essere. Questi ultimi non fanno altro che rafforzare l’auto svalutazione, poiché in quanto tali sono solitamente piuttosto irraggiungibili. E questo crea una spirale che abbassa sempre di più la nostra autostima.

Quando ci giudichiamo, stiamo svalutando ciò che facciamo. Molto spesso, però, il confine tra ciò che facciamo e ciò che siamo non è sempre così netto come dovrebbe essere. E’ molto facile, infatti, identificarsi completamente con le proprie azioni, così come con i propri pensieri… mentre questi sono solo una parte di noi, un modo di essere. Se anche compiamo un’azione che non ci piace, non significa che siamo sbagliati. Questo concetto può risultare difficile da comprendere, poiché il nostro intero sistema educativo si basa su questa sovrapposizione: i voti a scuola vengono dati alla persona, piuttosto che rimanere circoscritti alla specifica performance.

In ogni caso, quando ci critichiamo per quello che non abbiamo detto o fatto, per ciò che facciamo o diciamo, o non facciamo e non diciamo abbastanza… la nostra attenzione rimane incastrata in ciò che non va bene.

Autostima Traguardo MontagnaQuasi automaticamente, questo amplifica il suo opposto, cioè l’ideale: ciò che vorremmo poter dire o fare e quindi, per la sovrapposizione di prima, essere, ma che non possiamo perché magari è fuori dalle nostre possibilità attuali. Gli ideali spostano l’asticella delle aspettative e delle pretese sempre più in alto e rappresentano ciò che non è realmente raggiungibile. Vivere sulla base di ideali è molto rischioso perché oltre ad esporre la persona ad una costante frustrazione, crea l’illusione di star facendo qualcosa quando in realtà si è sempre fermi nello stesso punto.

Svalutazioni e ideali sono i due ingredienti necessari per essere infelici. Ma non solo! Rimanere bloccati in questa spirale non permette nemmeno di fare altro. Infatti, tra le svalutazioni e gli ideali, manca proprio il pezzetto che invece ci aiuterebbe davvero a modificare i nostri comportamenti: l’immaginare cosa possiamo fare in concreto di nuovo o di diverso, e come farlo.

Immaginare qualcosa di nuovo può sembrare simile a ciò che facilmente diventa un ideale, ma in realtà è molto diverso. Immaginare ciò che realmente può essere fattibile, significa innanzitutto stare nel presente-futuro breve, piuttosto che nel passato. Ma poi significa costruire in che modo muoversi, includendo anche le conseguenze che quei nuovi comportamenti possono portare.

E soprattutto, l’attivazione dell’immaginazione presuppone l’accettazione di quello che abbiamo fatto o detto, di quello che è stato. Infatti, se gli ideali nascono dalla svalutazione, per poter immaginare qualcosa di realistico bisogna essere capaci di accettare ciò che definiamo errori.

Quando accettiamo anche ciò che non ci piace di noi, la nostra attenzione non è più su ciò che non va o ciò che manca, ma su quello che c’è realmente, sulle risorse che abbiamo, sulle competenze che possiamo utilizzare. Da qui e solo da qui, allora, possiamo davvero immaginare cosa vogliamo per noi e come possiamo ottenerlo.

Immaginare non è uguale a pensare. Pensare significa usare unicamente la nostra parte cognitiva che in modo analitico e asettico crea delle possibilità non verificabili. Immaginare, invece, significa attivare anche la sfera emotiva e sensoriale, insieme all’abilità cognitiva, e immedesimarsi davvero in quella possibilità che abbiamo creato. Solo con l’immedesimazione possiamo verificare la fattibilità o meno della strada che si è aperta.

E come fare ad accettare ciò che non ci piace?

Diciamo che possiamo sfruttare la dualità in cui esistiamo. Per ogni cosa esiste anche il suo opposto, anche quando non lo vediamo.

Una proposta è quella di cominciare con lo spostare l’attenzione su ciò che possiamo riconoscerci e rivedere la situazione dando valore a ciò che c’è di buono per noi. Sarebbe una semplificazione tradurre questo con un “vediamo il lato positivo”, perché non è inteso in questo modo. Spesso il motto “vediamo il lato positivo” implica l’evitare di prendere consapevolezza di ciò che ci fa male e, per quanto possa essere allettante, questo non serve a nessuno. Riconoscere a se stessi di aver fatto il massimo possibile in quel momento e in quella situazione, dare valore a ciò che è vivo in noi, non significa nemmeno auto giustificarsi, ma entrare in profondo contatto con le proprie emozioni, anche di rabbia, tristezza, frustrazione, delusione… e avere empatia nei propri confronti. Quello che in Comunicazione Non Violenta si chiama provare autoempatia.

In questo modo, diventiamo capaci di essere consapevoli anche di ciò che di noi non ci piace, senza minare la nostra autostima che, a differenza dell’Ego, ci serve per poter avere fiducia in noi stessi senza prenderci troppo sul serio.

Mettersi in discussione e riconoscere ciò che non ci piace di noi è indubbiamente necessario per una crescita personale. Senza un monitoraggio interno e un’attivazione verso la costruzione di qualcosa di nuovo, rimarremmo dei monoliti incapaci di assumerci la responsabilità del proprio muoversi nel mondo.

Allo stesso tempo, il confine tra mettersi in discussione e svalutarsi, immaginare nuove possibilità e creare ideali, provare autoempatia e auto giustificarsi, è molto labile.

Queste differenze talvolta sembrano sfumature, ma fanno la differenza tra l’essere infelici o felici.

Proviamo a trovarle?

“Esiste un curioso paradosso:
quando mi accetto così come sono, allora posso cambiare”
(Carl Rogers)

Fonte immagini: pixabay – immagini libere da copyright 

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Marianna Turriciano